La presenza del cane in un lungo percorso di reinserimento…

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La presenza del cane in un lungo percorso di reinserimento…
Foto di: Andrew Mitchel photography

La presenza del cane in un lungo percorso di reinserimento passando dal fastidio alla ricerca dell’animale

Vi presento un caso clinico che ho seguito alcuni anni fa:

Quadro clinico: R.C. è affetto da disturbo bipolare dell’umore con aspetti psicotici, alcolismo pregresso e un disturbo dell’umore non meglio definito. Il quadro clinico del paziente mostrava un peggioramento nel 2004, successivamente ad un intervento cardochirurgico di valvuloplastica. Il paziente presenta: timori ipocondriaci, dismorfofobie, acuti episodi di ansia con fobie “di morte imminente”, depersonalizzazione, insonnia, difficoltà nell’organizzazione del quotidiano e nella progettualità, isolamento sociale. Il paziente tendeva a rifiutare qualsiasi possibile aiuto, a causa del suo notevole timore della “dipendenza” ed è quindi fallito ogni tentativo di supporto. Negli ultimi mesi del 2009 era stato ricoverato a lungo in ospedale nel reparto di medicina interna per broncopolmonite, pleurite e ulcera gastrica. La lunga degenza lo aveva debilitato sul piano organico e psichico: presentava un quadro caratterizzato da uno stato di generale deterioramento delle funzioni psichiche con presenza di sintomi negativi. Il paziente successivamente è stato costretto ad effettuare numerosi accessi al pronto soccorso e ricoveri nel reparto di psichiatria che rivelavano l’incapacità di vivere autonomamente. È ospite da circa due anni in una comunità,  ha due fratelli e un nipote che gli fanno regolari visite. Ultimamente è tornata a trovarlo anche la compagna, ex convivente, con cui intrattiene anche conversazioni telefoniche.

Gli incontri e la terapia

All’incontro di osservazione si presenta collaborativo e non richiestivo, alle domande dirette degli operatori risponde in modo adeguato e coerente. Osserva il cane da lontano e accetta la sua vicinanza: Maya è un labrador nero di 9 anni. Il cane si appoggia con la schiena alle sue gambe e poi si sdraia ai suoi piedi con la pancia verso l’alto. Il comportamento del cane esprime fiducia nei confronti del paziente e rispecchia la componente di apatia che esprime. Scelgo di mantenere per circa un mese lo stesso cane per creare una relazione di fiducia, ma dopo questo periodo il paziente decide di sospendere i nostri incontri senza darmi alcuna spiegazione. Non si fa trovare nel salone e quando chiedo di lui si fa negare adducendo pretestuose spiegazioni come “sono stanco” oppure “ho mal di testa”. In accordo con i componenti dell’equipe mi rivolgo al paziente, chiedendo spiegazioni che inizialmente stentano ad arrivare. Nelle successive settimane mi reco personalmente nella stanza del paziente accompagnata da un operatore e gli chiedo di seguirmi in virtù dell’impegno che ho assunto nei suoi confronti: sceglie di partecipare. In quell’occasione mi spiega che si trova a disagio con i peli e con l’odore del cane, che risulterebbero a lui fastidiosi.

La presenza del cane in un lungo percorso di reinserimento…
 
Accetto di buon grado le spiegazioni e faccio notare al paziente che apprezzo la sua sincerità. Lo invito a notare i progressi da lui compiuti sul piano dell’umore e della partecipazione, costantemente sviluppata nel tempo. Il paziente sostiene che siano mie impressioni, ma in quell’occasione gli mostro un breve riassunto degli incontri precedenti in cui autonomamente accarezza Maya e le offre i biscotti. Il cane lo aspetta all’ingresso della stanza e il paziente la saluta con un sorriso e una carezza mostrando soddisfazione per la situazione. Dopo questa riflessione sul “percorso” fatto insieme, il paziente realizza di aver compiuto significativi miglioramenti e accetta di proseguire gli incontri. Aver raggiunto la consapevolezza dei progressi raggiunti è per lui essenziale. A questo punto, per consolidare la relazione di fiducia, propongo al paziente di leggere qualcosa insieme: da quel momento porterà sempre con sé il quotidiano “la Repubblica”, cui è abbonato, nonostante lamenti di non capire il contenuto degli articoli. Introduco il giornale come elemento di confronto e stimolo comunicativo: durante la mia lettura ad alta voce, il cane è sempre accanto a noi e mantiene la sua posizione, accoccolato sulle gambe del paziente. Gli faccio notare che il cane è sempre vicino a lui: il paziente alterna momenti di ascolto degli articoli, a momenti in cui consegna il biscotto. La situazione procede verso una dimensione di miglioramento dello stato di benessere globale e non di rado il paziente sottolinea con un sorriso rivolto al cane il piacere di condividere quei momenti insieme. In seguito mi parlerà del suo compagno di stanza con cui è noto abbia problemi di convivenza: colgo l’occasione per saperne di più ed emergono piccole incomprensioni. L’incontro successivo inizia in corridoio: è presente anche il compagno di stanza, che mi avverte del ritardo del paziente. Aspettiamo insieme che arrivi e colgo l’occasione per chiedere se abbia piacere di leggere con noi il giornale. Lui acconsente e saliamo in tre e da quel momento la situazione evolve positivamente: i due comunicano più serenamente e insieme discutiamo tranquillamente sulla cronaca del giorno. Mi permetto di chiedere spiegazioni sui problemi di convivenza ed emerge che sono dovuti alla televisione: il paziente è infastidito perché è sempre rivolta verso il compagno di stanza e pertanto non riesce a vederla. Propongo di modificare la posizione dello schermo, al fine di rendere la situazione più semplice per entrambi. I due accettano, ma solo a patto che sia io personalmente a verificare il corretto riposizionamento. Al successivo incontro chiederò ai due come prosegua la convivenza e mi rispondono che “va meglio”. Chiedo conferma anche dagli operatori di struttura, che mi comunicano l’intenzione del paziente di restare con il compagno. Gli obiettivi per il soggetto sono stati raggiunti e superati, l’esperienza è stata significativamente positiva, anche tenuto conto dell’anamnesi del paziente e di come si stavano strutturando le “difese” dello stesso. Attualmente riceve visite regolari da una donna che si reca a trovarlo e con la quale trascorre liberamente le sue libere uscite. Di recente sono tornata in struttura, per andare a visitare altri pazienti e lui mi ha accolto con un bel sorriso, chiedendomi informazioni sui cani con particolare riferimento a “quel cane nero” che tanto gli dava fastidio… 

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