Si può parlare di scienza dell’Omeopatia?

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Si può parlare di scienza dell'Omeopatia?
 

Si può parlare di scienza dell’Omeopatia? Se si vediamo il perché…

Nei suoi oltre duecento anni di storia, cioè dal 1796, lo stesso anno in cui il Dr. Edward Jenner ha sperimentato per la prima volta il vaccino per la prevenzione del vaiolo umano, l’Omeopatia ha ciclicamente subito attacchi dalla “scienza ufficiale”. Il primo a subirli fu proprio il suo fondatore, C.F. Samuel Hahnemann, messo sotto accusa dalle istituzioni mediche di allora, per quella che oggi verrebbe definita malpractice. Incaricato di raccogliere tutte le prove ed il materiale per mettere in discussione la dottrina omeopatica e quindi condannarla, fu il Dr. Constantin Hering che, essendo uomo onesto e leale, dopo aver consultato la documentazione clinica a disposizione, redasse una tesi che non solo assolveva Hahnemann (la sua pratica e le sue teorie), ma lui stesso si dichiarava suo deciso sostenitore poiché convinto della validità dell’Omeopatia. Alla fine, Hahnemann continuò la sua attività in Germania e poi a Parigi, mentre Hering fu costretto ad emigrare in America, dove la sua opera di propagatore dell’Omeopatia fu immensa, facendolo diventare uno dei maggiori protagonisti di quella che venne poi chiamata anche l’Arte del Guarire.

Si può parlare di scienza dell'Omeopatia?
 
Si può tranquillamente affermare che da allora in poi, ogni generazione di medici e scienziati ha dato il suo contributo nel diffamare l’Omeopatia… e oggi? La storia continua e, proprio in quest’ultimo anno, gli attacchi si sprecano assumendo a volte anche il carattere di una farsa, definendo “Omeopata” qualsiasi praticante/praticone che assurge ai rigori della cronaca per aver combinato qualche guaio… anche dove lOmeopatia non c’entra per nulla… o come quando si continua, direi abbastanza stupidamente, ad invocare l’effetto placebo dei rimedi omeopatici. Giusto per chiarezza, il dizionario della lingua italiana definisce così il placebo: “Preparato medicinale senza specifica attività terapeutica, somministrato a pazienti la cui malattia dipende da fattori psicologici, allo scopo di suggestionarli. ”Ecco, credo che ogni persona di buon senso possa comprendere facilmente che non si possono suggestionare in questo modo bambini ed animali, eppure l’Omeopatia ottiene ogni giorno grandi successi terapeutici grazie ai Pediatri Omeopati ed ai Veterinari Omeopati. Ricordo un giorno, in cui ero di turno all’Ospedale Veterinario, quando arrivò un signore anziano, molto educato, con in braccio un Pinscher in preda a tremori convulsivi: << Dottore non so cos’ha la mia cagnolina. È successo tutto all’improvviso, ha cominciato a tremare molto forte, ha perso l’uso delle zampe dietro, guardi – ed appoggia il cane sul pavimento – vede? Non si regge proprio! Sono disperato, inoltre sta allattando i suoi cuccioli da nove giorni… sarebbe una tragedia… si può fare qualcosa? >>. Osservo l’animale: sta allattando “quattro grossi cuccioli” come li ha definiti il proprietario (pare sia stata coperta da un cane di media taglia!) i tremori sono molto intensi, è molto agitata ed ha una temperatura rettale di 41°C.. Non ci vuole molto a diagnosticare un’eclampsia puerperale o, molto più semplicemente, un’ipocalcemia lattea. Occorre agire in fretta, perché è una sindrome che potrebbe anche portare a morte la puerpera. Per fortuna, nella maggior parte dei casi, la terapia è abbastanza semplice e risolutiva, anzi, è una di quelle situazioni in cui il Veterinario può fare un figurone! Prego uno stagista presente in quel momento di andare nel magazzino dei farmaci a prendere un flacone di calcio gluconato ed intanto somministro un rimedio del mio “Pronto Soccorso Omeopatico” alla Pinscherina sulla base dei sintomi: Rhus toxicodendron, una dose direttamente in bocca. Poi mi accingo a preparare la linea per l’infusione di calcio, la cannula venosa, i cerotti per fissarla…. Tutto questo è avvenuto forse in un minuto e mezzo, lo stesso tempo che ci ha messo il mio collaboratore a portare il flacone di calcio. Mi appresto quindi ad applicare la cannula al braccio della cagnolina, ma… non trema più e mi sta guardando tranquillamente con l’occhio lucido (i Pinscher, o sono feroci 🙂 o sono angeli). La temperatura rettale è scesa a 38,7°C, perfettamente nella norma. La trasferisco dal tavolo al pavimento e trotterella scodinzolando fra i nostri piedi… un minuto e mezzo, forse due! Il padrone sposta lo sguardo esterrefatto da me al cane e viceversa, quasi in un moto continuo, con la bocca aperta ed incapace di proferire parola. Poi finalmente si sblocca ed esplode in tutta la sua gioia e la sua riconoscenza.

Si può parlare di scienza dell'Omeopatia?
 
Sia ben chiaro, che avrei ottenuto lo stesso effetto con l’infusione di calcio, magari con qualche minuto in più, ma il punto è: come si potrebbe invocare l’effetto placebo in un caso del genere, come in moltissimi altri casi della normale pratica quotidiano di un omeopata? È anche vero che quando cercano di infamare il rimedio omeopatico definendolo “acqua fresca”, non hanno proprio tutti i torti, almeno da un punto di vista chimico: la diluizione della sostanza di partenza, come per esempio il Rhus tox di cui sopra, è spesso così elevata da superare il Numero di Avogadro, cioè quel limite oltre il quale non è più statisticamente possibile rilevare molecole di soluto. La diluizione impiegata nel Pinscher, possiamo immaginarla come una goccia di sostanza nel Lago di Garda! Si può capire lo sconcerto degli scienziati (è stato così anche per altre teorie di grandi scopritori, compreso Einstein e più recentemente Bohm), ma i fatti sono fatti, le evidenze mediche sono evidenze (oggi ci sono studi di EBM, Evidence – Based Medicine, tradotto: Medicina Basata sull’Evidenza) e si sa, loro vorrebbero la dimostrazione di tutto e non ammettono, tranne pochi illuminati capaci di uscire dai binari del “determinismo”, un fenomeno di cui non si conosce il meccanismo. Ma allora, si può parlare di Scienza dell’Omeopatia? La risposta è affermativa, perché tutto il sapere sulle “armi” terapeutiche di questa disciplina medica, cioè sui rimedi omeopatici, deriva dalla sperimentazione pura sulluomo sano, con la quale viene da oltre duecento anni provato (e sempre succede) che la stessa sostanza in grado di provocare un quadro sintomatologico (sindrome artificiale) su degli sperimentatori sani è in grado di guarire lo stesso quadro sul paziente (sindrome naturale) e ciò avviene per la Legge di Similitudine, codificata per la prima volta dal fondatore dell’Omeopatia. Essendo un’analisi sui sintomi “simili”, dove i recettori e la fisiologia non c’entrano, visto che l’informazione curativa è ultramolecolare, si può tranquillamente trasferire quello che la sperimentazione sull’uomo sano ha prodotto, anche sull’animale e, come dimostrato dalla Prof.ssa Lucia Betti dell’Università di Bologna, anche sulle piante e sulle colture erbacee. La scientificità sta nel fatto che sperimentando la stessa sostanza in diversi periodi di tempo ed in diversi gruppi di sperimentatori, la sintomatologia provocata è sempre la stessa. L’evidenza sta nel fatto che tutte le volte che la Legge di Similitudine si applica correttamente si ha un effetto curativo. Tutto ciò devessere sufficiente al medico. Non è compito suo conoscere i meccanismi d’azione del rimedio omeopatico, il suo compito è quello di curare i pazienti, senza nuocere, possibilmente in modo dolce, rapido e duraturo, cercando allo stesso tempo di rimuovere le cause esterne che possono alimentare disturbi e malattie… ed infine, a me piace questa cosa che si sperimenta sull’uomo e non sull’animale. 🙂

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