L’incubo del canile, la paura in un angolo del box!

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L’incubo del canile, la paura in un angolo del box!
 

L’incubo del canile, la paura in un angolo del box! La storia di Dalia, una storia quotidiana…

Napoli anno 2007, Dalia ha circa trenta giorni quando viene inserita nel canile locale, la situazione del struttura è spaventosa; nel 2009 viene trasferita in un canile del Nord. Dalia al contrario dei cuccioli che riuscivano facilmente a trovare adozione era considerata dagli avventori “troppo vecchia” e pertanto lei resta lì; da un anno (detto da volontari) non esce più dal box, è sempre più nascosta… il fondo del box è la sua “safe zone” e si concede solo per rare interazioni con un solo volontario, Dalia condannata a vita in canile è probabilmente fobica 🙁 , ma grazie al solito passaparola, nel mese scorso questo schifo finisce! Dalia ora ha nove anni ed ha finalmente trovato casa. Mi chiama Cinzia, la proprietaria e mi racconta ciò di cui sto scrivendo, la storia di questa stupenda lupetta di oltre nove anni; mi chiede di interagire con Dalia. Come spesso capita nei canili, la popolazione detenuta al loro interno è di gran lunga superiore al numero di volontari ed operatori di cui effettivamente servirebbe supporto e così l’aspetto del benessere psicologico e della giusta socializzazione viene a mancare completamente. Dalla anamnesi si evince che: Dalia nei suoi primi otto anni a causa della detenzione e della poca socializzazione, sviluppa o meglio rafforza, le sue paure verso luomo e verso qualsiasi cosa sia movente o semovente. Dalia, come un numero impressionante di cani detenuti nei nostri canili diventa un “fantasma”, al quale con tutte le energie possibili i frequentatori umani della struttura non riescono a dare altro che cibo, conforto logistico e cure mediche. La domanda che mi sorge spontanea, ogni volta che mi raccontano di queste storie è: noi addestratori /educatori /rieducatori etc. (siamo tanti), non sarebbe il caso che dedicassimo un po’ del nostro tempo a queste creature che abbandonate alla propria condizione vivono come fossero dei reietti? Come scrivo da tempo, purtroppo le strutture che dovrebbero fungere per il reinserimento dei cani nella società, non sono altro che luoghi di detenzione, dove i volontari per mancanza di tempo, capacità e supporto non sono altro che “alleviatori di dolore”. I gestori di canile non dovrebbero essere più attenti a queste problematiche? O per molti di loro è sufficiente che i cani “vivano” in una condizione di apparente salute? Davvero si può considerare accettabile che un cane vegeti chiuso in un box? Io credo che sia arrivano finalmente il momento di fare qualcosa!

L’incubo del canile, la paura in un angolo del box!
 
Io penso che chi gestisce i canili compresi i suoi volontari (che comunque va detto, visto le strutture e le risorse messe a disposizione fanno già miracoli…) debbano riconsiderare il loro sistema di lavoro. Credo che a livello italiano vi siano un sacco di sprechi e che una delle tante cose considerate “non fondamentali per il paese” lo dovrebbero diventare. Insomma se ci fossero delle persone al posto di queste creature? Perché non creare dei “gruppi di sostegno” per questo problema? Perché non insegnare a lavorare in maniera preparata tutti gli operatori del settore con corsi di formazione e relative abilitazioni? Già perché… la risposta è ovvia… come è ovvio il motivo per il quale non posso scrivere una risposta a riguardo.Tornando all’argomento principale di questo racconto e riavvolgendo il nastro della triste vita della nostra lupotta…  capita che un giorno in questo canile del Nord (un bel canile, dove tutti i cani sono curati, mangiano un buon cibo, fanno passeggiate, i box sono accoglienti con zone coperte e alcuni addirittura compresi di riscaldamento) Cinzia incrocia gli occhi di Dalia e si pone la stessa domanda che mi feci io con il mio Alf:”se non ti prendo io chi lo farà <3?“. Cinzia mi chiama tre giorni dopo, sono libero dopo le 18:00 e vado a casa sua. La prima cosa che noto è che la lupetta è schiacciata contro la porta finestra e mi osserva tutta tremante. Tutti i segnali che manda sono figli della paura, resta in stato di “freeze totale”, anche quando mi avvicino (con tutte le accortezze del caso) e scopro che ha qualche cosa infilato sotto una crosta nel orecchio, c’è qualche cosa di duro, glie lo tolgo e lei non si muove, sembra di ghiaccio. La prima cosa da fare è cercare di creare armonia e fiducia tra Cinzia e Dalia, pertanto le prime due ore di lavoro cerchiamo di studiare un piano che possa essere funzionale all’obbiettivo. Ora siamo al terzo incontro e si iniziano a vedere i primi progressi:

  • Dalia si fida di Cinzia e un po’ anche di me;
  • Esce regolarmente in terrazza;
  • Scende in cortile sia con le scale che con l’ascensore.

La storia di Dalia è ovviamente solo all’inizio, i primi nove anni di vita fanno parte del passato, ora dobbiamo concentrarci sul suo futuro, per la pelosa la vita vera incomincia adesso. D’ora in avanti conterà solo come Dalia e Cinzia vivranno insieme, conterà solo la qualità della loro vita… già perché “vivere” senza una aspettativa dignitosa di vita (scusate il gioco di parole) e ricca di avvenimenti positivi non renderebbe Dalia una cagnetta serena e felice. Le cicatrici del passato rimarranno ma i prossimi anni dovranno essere all’altezza della situazione.  

L’incubo del canile, la paura in un angolo del box!
 
In questa nuova famiglia ad aiutare Dalia nell’inserimento c’è un gatto… che a quanto pare ha gradito l’arrivo della nuova componente e come da tradizione (no il contrario come si racconta nei cartoni animati) i due vanno molto d’accordo, la cosa interessante (come accade frequentemente in natura) è che il micio in questione a quanto pare gli fa da Pet Therapy… non male per un gatto che non sa ne leggere e ne scrivere… vero umani?

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